Blasphemìa. Il Teatro e il Sacro – Convegno internazionale

Sabato 7 e domenica 8 novembre Laboratorio Olimpico

Vicenza

http://www.laboratoriolimpico.org/

sabato 7 novembre

Teatro Olimpico_ ore 17,30 (posti limitati)
C’erano una volta gli dèi
Eschilo, Sofocle, Euripide
“smitizzatori”
Reading di brani e di frammenti inediti
con
Maria Luisa Abate
(Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa)
e con
Armando Carrara (La Piccionaia)
Pino Costalunga (Glossa Teatro)
Massimo Munaro (Teatro del Lemming)
Piergiorgio Piccoli (Theama Teatro)
Irma Sinico (Ensemble Vicenza)
Patricia Zanco (Fatebenesorelle Teatro)

‘Blasfemia’ (greco βλασφημία, blasphêmía; da cui ‘bestemmia’)
deriva dal βλάπτειν (bláptein), “ingiuriare”, e φήμη (phêmê),
“reputazione”; significa letteralmente diffamazione, contestazione
della Fama; cioè, più che del divino in sé, del suo valore
identitario. Se è vero che il teatro, alla ricerca di uno statuto di
necessità, da più di un secolo si racconta come discendente
del rito (in questo confortato dall’antropologia e dai miti
fondativi di quasi tutte le culture), allora si può dire, con una
punta di provocazione, che la storia di quello che noi chiamiamo
teatro è in effetti storia di una progressiva
‘dis-sacrazione’ (come in primis dimostra il Teatro Greco); ma
nel contempo anche di un senso di perdita, di ricerca di quella
stessa necessità iniziale (come dimostrano ad esempio i
ciclici dibattiti sulla tragedia e sulle origini del teatro).
Ecco perché, secondo Grotowski, diversamente dalla profanazione,
che è invece mancanza di rapporto col sacro, oggi
paradossalmente “il blasfemo è il momento del tremito. Si
trema quando si tocca qualcosa che è sacro; forse è già
distrutto, distorto, deformato e comunque rimane sacro. Il
blasfemo è un modo per ristabilire i legami perduti, per
ristabilire qualcosa che è vivo […] Non c’è blasfemo se non c’è
relazione vivente col sacro”.